l’amore è un seme infestante

margheriteL’amore è un seme infestante portato dal vento, che una volta entrato non fermerà il suo viaggio.
E il silenzio ti illuderà di giorno, mentre la notte lo sentirai nutrirsi di pensieri che non ricordavi di pensare.

Ma la sua pianta è delicata.
Così le sacrificherai ogni segreto nascosto tra le dita arrugginite, scoprendo che il tuo tutto non sempre sarà abbastanza, che a volte sarebbe meglio niente, ma quanta pratica per condividere il niente.

I terreni solidi si possono rivelare inadatti, mentre le cattive abitudini creano euforia, ma è solo questione di attimi, troppo brevi per te che già la vorresti albero con radici profonde e foglie che possano riposare sulle nuvole.
Solo che l’infinito ha tempi diversi, prova tu a raccontare l’inverno a una margherita.

Così tornerai seme e io cercherò un’altra volta di estirparti, ma la tua natura infestante avrà vita facile sulla mia attitudine al ricordare.
– vinci sempre tu, piangeremo all’unisono senza saperlo.
– non vince mai nessuno, piangerà il seme ridendo di noi.

E intanto si fa sera e io non ho ancora messo tavola per i tuoi pensieri.

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È natale non soffrire più (tipo più)

cuori spezzati a nataleStavo andando a fare la spesa per preparare i profiteroles con un paio di corna di renna ben piantate sulla testa, quando ho iniziato a pensare al fatto che essere mollati a Natale potesse venir annoverato tra i punti più bassi nella scala dell’infelicità, fatto salvo perdere l’amato animale domestico o un familiare (e in quest’ultimo caso dovrebbe trattarsi di parentela molto stretta).
Perché diciamocelo, la sola idea di unire il dolore dell’abbandono a quella sensazione di cappotto bagnato tipica delle feste, fa diventare la vita di Heidi con la signorina Rottermaier una passeggiata in primavera, “Le parole che non ti ho detto” un film con un finale sostenibile e Incompreso… no, niente Incompreso resta sempre il libro più triste dell’universo isole comprese.

Detto ciò, ne deduco che non sarà stato un caso che al supermarket la mia attenzione venisse attirata da “Baby come home”, degli U2, buttata lì tra un annuncio di cotechini in saldo e gli orari di apertura del giorno dopo.
Comunque, persino io, che l’inglese lo capisco quasi come se fosse swahili (e lo swahili non lo capisco), all’improvviso realizzo che Bono sta invocando, con urla strazianti, il ritorno della sua amata.

Mentre sono in coda alla cassa l’altoparlante annuncia che i panettoni sono in offerta tre per due, e io rifletto che anche Mariah canta: “All I want for Christmas is you”. E a chi la vogliamo raccontare? Si sa che quando preferisci un/una “you” a qualsiasi altra cosa sotto a questo cielo, di solito lui/lei ti hanno appena mollata.
E vogliamo parlare di “Last Christmas” degli Wham, o di “Blue Christmas” di Elvis Presley, o del caro Baglioni con “Notte di Natale”?

Sono ormai fuori dal supermarket quando mi convinco che lasciarsi a Natale sia una figata, sempre se che il tuo sogno sia scriverci una canzone ed entrare così nella classifica dei dischi più venduti al mondo, cosa a cui non ho mai tenuto molto, ma tu come potevi saperlo? Dopotutto non ne abbiamo mai parlato.

È buio e le lucine a intermittenza che brillano sopra di me mi sembrano stelle del jazz, così, senza un motivo apparente cambio idea; saranno state le corna, o lo spirito del vov che sto bevendo da ieri (come se non ci fosse un domani), ma inizia formarsi dentro di me l’idea che il successo delle canzoni d’amore natalizie sia da ricercare non tanto nell’attrattiva che da sempre suscita in noi la permanenza disequilibrata sull’orlo del precipizio, quanto nella speranza che il miracolo questa volta accada, e che “you” torni per davvero a casa, magari per sempre o anche solo fino alla fine del mondo,

Sì vabbè ho capito, forse è meglio che la smetta di bere…

PS tanti auguri a tutti, in modo particolare a quelli che son stati lasciati in zona natale…

brandisci l’ascia?

amore e marketing– Amore, questa sera ti va di andare a mangiarci una pizza?
– Perfetto
– Mmmh, e se io all’ultimo non potessi venire?
– Se riesci a dirmelo in tempo vado a cena dai miei amici
– Ah, così è questo tutto l’interesse che hai per me
– Ma che dici?
– Beh, così almeno pare
– Ah sì?

– Sì
– E allora amen.
E in quell’amen c’è tutto un mondo, perché per me il tempo è bello solo se posso trascorrerlo con te, mentre tu non solo non fai nessuna differenza, ma hai almeno sette valide alternative alla mia assenza (il tai chi, i corsi di ballo country, MySky HD…).

Questa situazione in amore si chiama tenere il coltello dalla parte del manico, e in alcuni disperati casi il coltello è un’affilata ascia in grado di piazzare l’ultima parola in tutte le scelte della nostra vita di coppia, diciamo, approssimativamente, da qui fino alla fine del mondo.
Certo amore che son felice di trascorrere le vacanze ad agosto in Liguria con te, tua mamma, tuo papà, gli zii e i cani, tutti assieme nel camper.
Ovvio, potrete sempre decidere di terminare la relazione (Wendyyyy, apri quella cazzo di portaaaaaa), ma perché poi? C’è di peggio che andare in vacanza in Liguria ad agosto con gli zii e i cani nel camper, ecco ora così su due piedi non mi viene in mente nulla, ma è anche vero che mi basta sapere che tu sarai lì con me te per sentirmi subito meglio.
Come forse dovrai andare via un paio di giorni in Sardegna per una convention di lavoro?

Io non ho mai brandito manco uno stuzzicadenti, ma da un po’ di tempo mi sto domandando se esista un metodo per arrivare per primi a mettere le mani su quella maledetta ascia, così da poter determinare, almeno in parte, il nostro futuro di coppia, che, a ben guardare, per metà è anche il mio. E se si trattasse solo di una questione di allenamento?
Forse no, ma tanto per non lasciare nulla di intentato a volte discuto con me stessa, giusto per fare delle prove.
– Questa sera cinema?
– No, resto a casa a guardare la tivù e a farmi fuori almeno una tavoletta di cioccolata con le nocciole
– Ma come? Poi ci va tutta sui fianchi, mentre danno un film veramente carino
– Non ne ho voglia
– Allora vado da sola!
– Amen.

PS  sarò l’unica a perdere anche con me stessa?

 

troppi vecchi film, ovvero la teoria del ding

the ringSarà capitato anche a voi di vedere uno di quei vecchi film in bianco e nero in cui i protagonisti capivano di amarsi perché guardandosi negli occhi sentivano il ding.

Io ne ho bevuti a litri di sti maledetti film in cui, dopo il ding, al massimo ci poteva essere un bacio, di quelli che manco io che ero piccola ci credevo che fosse vero, ma nulla più. Niente altro da dichiarare post ding, tranne un implicito “e vissero felici e contenti”.
E allora mi pareva la cosa più giusta del mondo, in fin dei conti, a cosa doveva servire un ding, se non a vivere per sempre felice con te, e con tua mamma e con mio padre e il tuo lavoro e le bollette da pagare e i gemelli (che sono stronzi e devono aver preso dalla tua famiglia) e l’amante mio e l’amante tua (per ripicca, certo) e il mutuo e le vacanze in mezza pensione e i raffreddori e Ikea la domenica e tu che perdi i capelli e io che prendo chili  eccetera eccetera eccetera.

Certo Ikea negli anni cinquanta non esisteva, quindi sarebbe stato comunque inutile stressarsi anzitempo. E poi c’era il ding, il nostro invalicabile scudo deflettore che ci avrebbe certamente salvato da tutto e tutti, fanculo anche il logorio della vita moderna, contro il quale potevamo sempre provare ad ubriacarci di Cinar.
Bene, adesso sai perché ti guardavo tendendo le orecchie.

Anche se si sta facendo strada dentro di me un orribile sospetto: e se quelli che a me erano parsi meravigliosi ding, in realtà fossero stati dei campanelli d’allarme driiiiing che mi ingiungevano di prendere lo spazzolino da denti e scappare via il più velocemente possibile (ma è casa mia!), perché altrimenti non avrei salvato nulla, nemmeno le lacrime che stavo per versare in quantità degne di un diluvio universale (il clima non è più quello di una volta) se fossi restata lì, ignara, illusa, delusa, nonché esposta alle intemperie senza nemmeno uno straccio di ombrello bucato (Ikea?), e questo solo perché davvero credevo che quel ding mi avrebbe salvata da tutto e tutti.
Tutti a parte te, naturalmente.

PS siccome son mezza sorda, la prossima volta che mi devi intimare la fuga, è troppo chiederti la sirena d’allarme di Star Trek?!

era già tutto previsto, ovvero la teoria dell’ineluttabilità

Charlie-Brown-on-Love– E come hai detto di chiamarti?
Aspetta, aspetta almeno un attimo, concedimi il giusto spazio per osservarti [inosservata?].
In questo tempo, ancora leggero, che ticchetta al ritmo regolare di un conto alla rovescia [ma davvero tu non lo senti?], in cui niente del tuo passato può catapultarmi nel nostro futuro, niente di te mi tocca, mi accarezza, niente mi sfiora.

Eppure guardandoti già intravedo, non tanto quello che tu chiaramente sei, quanto quello che nebulosamente potresti diventare [forse un giorno chissà].
Così per i prossimi duecento minuti [leggi duecento anni] cercherò di incastrare la mia forma, a tetraedo stella, nello spazio della tua, a esaedro regolare, e userò tutta la pazienza che mi resta [ti anticipo che non sei il primo esaedro regolare a crearmi problemi], e userò tutta la dolcezza che ho conservato [da qualche parte, credo, forse tra i capelli, spero].

– io volevo solo che tu mi amassi
– solo?
– beh, tipo solo
– ti basta tipo amassi?

puff…
un puff grande almeno come la scritta Hollywood, hai gentilmente [questo devo ammetterlo] appoggiato sul mio cuore, che d’un tratto ha smesso di respirare [sarà grave?], mentre il motore di un boeing 747 cerca di aspirarmi l’anima, manco fossi una gabbianella distratta nel cielo sopra Berlino.
Beh, Berlino, facciamo anche solo Torino, comunque che importa, sempre di cielo si tratta.
Anzi, ora che lo guardo meglio mi accorgo che senza di te, con me, insieme qua sotto, non è più nemmeno bello uguale. Nemmeno un po’.
Adesso piango.

… come hai detto di chiamarti?

generazione candy candy, ovvero la costruzione di un disastro

Candy Candy piccoloIeri sera si conversava del più e del meno, e, non so come, il dialogo è lentamente scivolato lungo un binario invisibile che ci ha [tele]trasportate da instagram a Candy Candy.
Ma mentre instagram ce lo siamo facilmente liquidato, Candy Candy è diventata spunto per una riflessione molto complicata, basata su un semplicissimo assunto: se questo innocuo cartone animato è stato in qualche modo l’educazione sentimentale di tantissimi adolescenti, per lo stesso motivo potrebbe essere la causa di tantissimi sentimental fallimenti!

La generazione degli attuali quarantenni, a tredici anni sapevano poco o niente del mondo, ma sapevano tutto di Candy Candy, di Terence e di Anthony.
Storie di amori infelici, che solo pochi anni dopo ci sarebbero state confermate da Dante, con Paolo e Francesca, da Petrarca e il suo amore impossibile per Laura, da Shakespeare, con Giulietta e Romeo, e così via.
A memoria mi pare che l’unica storia finita bene sia quella tra Mork e Mindy, ma è anche vero che lui non era di questa terra
Tutto ciò ha fatto sì che l’istinto da Florence Nightingale [altrimenti detto dell’io ti salverò/cambierò], si radicasse in quel punto di noi non geolocalizzabile che sta tra l’anima e il cuore, forse in attesa che qualcuno lo estirpasse, ovvero che qualcuno ci spiegasse in termini comprensibili, che trattasi di perversione, e che le perversioni, per quanto non prive di un certo distorto fascino, sono destinate a concludersi sempre tragicamente, con la morte dei protagonisti, o con la fine della relazione.
Ma Candy o non Candy, il mio pessimismo cosmico in materia sentimentale, ultimamente mi ha portato a credere [per logica deduzione] che a me[noi] i disastri debbano piacere molto, altrimenti non si spiegherebbe un tale accanimento nel metterli in scena.

Anche se ieri sera mi è stato spiegato, con molta calma e in termini a me comprensibili, che volendo si può cambiare, l’importante è capire che la costruzione di un disastro non è l’unica scelta possibile.
E sarà stata la bellezza di quell’improbabile conversazione o forse l’ora tarda, ma vi devo confessare che ho deciso di crederci!
Quindi sai che c’è? Ma vaffanculo Candy!

[parecchi spunti di riflessioni di questo post non sono miei, quindi ringrazio infinitamente una certa laconica sul trabattello]

Love and Order

Vi è mai capitato di accendere la tv e vedere che su uno dei duecentoquarantasette canali a vostra disposizione danno “Law and Order”?
La prima puntata venne trasmessa negli Stati Uniti nel millenovecentonovanta, e ad oggi, senza contare le repliche, possiamo ancora vedere lo spin off Unità Vittime Speciali, (senza dimenticare il Criminal Intent in versione Americana e Francese, e il L&O United Kingdom!).
La forza dello show è un discreto avvicendamento del cast, delle location e ovviamente della trama. Perché anche se al termine della puntata, il cattivo va sempre a marcire dietro alle sbarre, il modo e la maniera per mettere in pratica questo catartico finale cambia di volta in volta.
Vi starete domandando, ma che c’entra sto telefilm con l’amore?!
E se io vi rispondessi che la serie televisiva “Law and Order”, ha di gran lunga superato la durata media dei matrimoni nel mondo!
Tutto ciò mi ha fatto riflettere, (sì lo so, sono strana).
Facciamo un passo indietro, avete mai notato una sorta di calo del desiderio dopo i primi scoppiettanti sei/otto/dodici mesi di relazione?!
(A parte voi due naturalmente, che sono aaaaaaaaaanni che vivete nel piacere della reciproca presenza come se vi foste appena conosciuti al bar durante la pausa caffé della mezza mattina).
Vi è mai capitato, la butto lì, che tra il: lavarsi, vestirsi, uscire, prendere la macchina, andare da lei/lui, decidere cosa fare (perché di ciular, manco parlarne), fare quel che si è deciso, tornare, salutarsi, messaggino della buonanotte. Preferiate invece una bella seratina davanti alla tv a godervi il catartico finale di “Law and Order”?! A voi due no, già lo sappiamo. Ma a tanti altri sì, e quindi?!
Quindi NON va bene!
Così ho pensato di trovare una risposta proprio nel segreto del successo del mio telefilm preferito. Se ce l’hanno fatta loro a combattere la noia della stessa minestra, potremmo riuscirci anche noi.
Provo a trasportare gli insegnamenti. Mi trovo bene nel discorso cambio di trama e di location: ma che problema c’è amore, se per stare insieme dovremo sobbarcarci qualche decina di traslochi in giro per il mondo, vuoi mettere il disagio di un cambio di indirizzo sulla patente in confronto alla felicità di amarci per sempre?!
Ma resto un po’ perplessa in merito all’avvicendamento del cast. Come conciliare il concetto di alternanza, in un ambito che prevede, condizione sine qua non, l’unicità!?
Forse basterebbe solo “elevarsi” e pensare alla coppia in termini più ampi. Tipo, noi due desideriamo stare assieme per sempre, e se stare assieme per sempre prevede qualche cambio di partner, perché no?! Ti giuro che dalla prima puntata della prossima serie riprenderemo un’altra volta il nostro amore, rinnovati e felici della reciproca presenza, come se avessimo incrociato i nostri sguardi appena un’ora fa, durante la pausa caffé della mezza mattina.
Però ve lo dico subito, sarò troppo all’antica, ma non so se questa soluzione mi convince tanto, anche perché la ricetta L&O trasportata al quotidiano, mi pare più una stagione di Beautiful, che un telefilm di gente che violenta/ferisce/ammazza/rapisce e poi se ne va in galera per sempre.
Ciò detto, state molto attenti a quando arriverete alla fase: “Tesoro, stasera cosa volevi fare?” E la vostra automatica risposta sarà: “Vedere te”, pensando invece: guardare una replica di “Law and Order”, sappiate che il vostro tentativo di eterna felicità è ormai una zattera alla deriva nell’oceano Amorequestostranosentimento.

Comunque,  se traslochi e momentaneo cambio di partner paiono anche a voi pratiche troppo complicate, vi propongo la soluzione b, la mia: relazioni più brevi della scadenza del latte a lunga conservazione.
Certo, bisogna essere bravi per farsi lasciare dopo sei mesi, ma la scarsa fiducia in se stessi e una buona dose di sfortuna possono salvarvi dalla noia di un rapporto più barboso delle repliche della prima stagione di “Criminal Intent”.
Tanto ormai lo sanno tutti che non c’è amore più eterno del ricordo dell’amore perduto, e poi, alla peggio, si può sempre accendere la tv.

P.S.
il post è dedicato alla Betty e alla Cri, il disegno sopra rappresenta una bilancia, fa cagare, ma per adesso non ho voglia di metterci mano (si può dire cagare?).