odio l’amore, ovvero la strategia del masochista

L’amore è uno strano sentimento, la letteratura romantica ce lo disegna come un motore ecologico capace di renderci felici e spronarci ad essere migliori come niente altro al mondo (a parte alcune droghe) riuscirebbe a fare.
Ma quando il motore si ingolfa e ci abbandona, magari di domenica, sopra un marciapiede disconnesso, sotto litri di pioggia battente, in balia di un vento pesante e muniti solo di scarpe leggere, beh, a questo punto, lo stesso amore che ci aveva trasformati in sorridenti smiley ambulanti ci autorizza a farci le peggiori cose.

Ti rigo la macchina, insulto tutta la tua famiglia fino alla quarta generazione, ti telefono all’una di notte minacciando la mia morte e poi ti messaggio immediatamente dopo per rettificare e minacciare la tua di morte. Insomma, non c’è fine al peggio, e tutto nel nome dell’amore.
Strano sentimento quindi, che può cambiare il mondo, ma in entrambi i sensi di marcia, perché essere lasciati non piace mai a nessuno, soprattutto se non era nell’elenco della spesa di quella settimana.

Mentre io me ne starei secoli seduta su una sedia di paglia di vienna con lo schienale rotto, ad ascoltare i timidi segnali di risveglio del tuo cuore, tu, lo stesso tu per cui io ho inventato parole d’amore che non sapevo di avere, tu, decidi di andartene, perché come dice montale […codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo], e tutto ciò che sicuramente non vuoi, partner tanto amato, sono proprio io.

Ma dopo un po’ di esperienze diversamente positive, ho iniziato a domandarmi, tutto questo male, è frutto della famosa sfiga che ci vede benissimo, o è invece il prodotto di un’accurata ricerca di mercato?
Forse il masochismo non è da relegare alle tutine in lattex e al gatto a nove code.
Forse il vero masochista è colui che sfrutta il sadico partner al solo scopo di inscenare l’eterno rifiuto.

PS cont…

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come tutto ha inizio, ovvero la teoria di jurassic park (parte prima)


Io ho una teoria che riguarda l’incontro con una persona che ti piacerà.
La teoria che spiegherebbe i motivi per cui dopo un ragionevole tempo, che cambia per ognuno di noi, questa persona inizia ad apparirci sconosciuta. Poco logico direi, dovrebbe accadere esattamente il contrario. Ma non è così, non per me.

Io ti incontro e ti trovo simpatica. Tipo, il destino per una volta mi ha graziata regalandomi te finalmente, forse è esagerato ma io sono di natura tripudiosa. In ogni caso, mi sembra di conoscerti, cara persona, da sempre, so tutto di te e senza che tu abbia ancora aperto bocca. Miraaaaacolo?!?!?
Nooooooooooo, non è un miracolo,  solo una bieca illusione ottica partorita del mio cervello. Perché magari hai quattro o cinque cose carine: la faccia, la risata, gusto per un certo genere di cinematografia indipendente, ti piacciono i togo al latte e sei alta come me.
Ecco, più che sufficiente per far intervenire la teoria di Jurassic Park, che, per chi non avesse letto il libro, né visto il film (esiste qualcuno che non ha visto Jurassic Park?), cercherò di spiegare.
Trattasi di testo fantascientifico che si basa sulla possibilità di ricreare un dinosauro grazie al suo dna, dna che nella fattispecie viene estratto da una zanzara piena di sangue di dinosauro appunto, ricoperta, in era giurassica, dall’ambra.

Ora i dettagli non sono importanti. Il punto è che quel filamento di dna non era completo, così, per ovviare al problema, gli scienziati ci attaccarono filamenti di dna di rospo, perché pareva l’animale ad oggi esistente con le caratteristiche più simili.
Questa scelta dà origine al romanzo, nel senso che il rospo è ermafrodita e quindi il progetto iniziale di creare solo dinosauri femmine si imbatte nel caos quando l’errata scelta dell’animale “completante” rende possibile la nascita di alcuni esemplari maschi, portando la procreazione al di fuori del controllo dell’uomo. Ma non è questo il punto importante per me della teoria di Jurassic Park, quello su cui voglio soffermarmi è il concetto di completamento del dna che condurrà al caos.
Io lo faccio sempre.
E questo conduce al caos.
Sempre.
(cont.)